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Scoprire Dorsoduro sulle tracce di Peggy Guggenheim

C'e chi la ricorda in vestaglia e con ciabatte vezzose aggirarsi per il palazzo Venier dei Leoni. C'è chi si ricorda che amava prendere il sole nuda sul tetto di casa. All'Harry's bar forse c'è ancora un conto aperto a suo nome.

 

Peggy Guggenheim arrivò a Venezia come un tornado nel 1947.

Un anno dopo la sua collezione di giovani artisti americani sconvolse il pubblico e i critici alla Biennale. Per la prima volta esposte in Europa, le opere sgocciolate di Jackson Pollock segnarono uno spartiacque nel mondo dell'arte moderna liberando gli artisti da schemi fossilizzati a prima della seconda guerra mondiale.

 

Quando nel 1949 Peggy acquistò il palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande portò con sé la sua enorme collezione composta da circa 270 opere d'arte moderna con le quali arredò la casa.

 

Una collezione che passava da Calder a Picasso, da Max Ernst a Duchhamp, da Magritte a Tanguy, da Mirò a de Chirico, da Paul Klee a Kandinsky, da Mondrian a Pollock... Un Elenco da capogiro, frutto di una passione sincera per l'arte e gli artisti che conobbe e frequentò tra Parigi e New York nel corso di una vita al limite del leggendario.

 

"Peggy non aveva mai pensieri banali, il suo punto di vista era sempre originale e aveva un talento particolare nel circondarsi di persone straordinarie" : Philip Rylands da oltre trent'anni si occupa della collezione Guggenheim a Venezia della quale è direttore dal 2000, sotto la direzione generale della Salom R. Guggenheim Foundation di New York.

 

Rylands è colui che ha seguito Peggy negli ultimi anni di vita prendendosi carico del palazzo dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

 

All'inizio non c'erano soldi, c'era poco tempo da perdere e si voleva mantenere fede alla tradizione di aprire ai visitatori durante la bella stagione. Poco tempo, poche persone, decine di opere da esporre e una casa da trasformare in un museo: un'impresa che Rylands, arrivato da Londra per studiare e proteggere il patrimonio di Palma il Vecchio e altri tesori in pericolo della Laguna, continua con entusiasmo e passione.

 

"Chiunque venga a visitare la fondazione sa che vive ogni volta esperienze diverse. Pur non essendo ossesionati dalla rotazione espositiva, cerchiamo ogni volta di suscitare emozioni diverse in una costante relazione tra interno ed esterno. Dopo la visita della casa, si passa ai giardini esterni che regalano momenti più rilassanti. E poi continuiamo, quando possibile, ad acquisire opere e oggetti personali di Peggy. Come gli orecchini disegnati per lei da Calder e Tanguy.

Quella che non manca è la volontà di proseguire nella ricerca della chiave dell'immortalità che Peggy ha trovato attraverso il museo affacciato sul Canal Grande. Anche attraverso uno studio continuo e le mostre temporanee".

 

Oggi chi attraversa il ponte dell'Accademia sa che entrando a Dorsoduro, il quartiere affacciato sulla Giudecca da una parte e il Canal Grande dall'altra, in pochi chilometri quadrati ha l'opportunità di scoprire una Venezia che rispetta ed esalta il suo passato artistico, ma è anche pronta ad accogliere la mondanità e persino la contemporaneità.

 

Con la ristrutturazione delle Gallerie dell'Accademia, i capolavori, molto amati d Peggy Guggenheim, ritrovano il giusto rispetto che meritano.

Giorgione, Tiziano, Lotto, Bellini. Un altro elenco da capgiro. Poco più in là, negli spazi espositivi dei Magazzini del Sale e nello Studio Vedova, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova rende omaggio a un grande artista italiano: Emilio Vedova.

 

Proseguendo lungo la fondamenta delle Zattere si arriva alla punta della Dogana. Un rapido sguardo alla scultura di Charles Ray, Il ragazzo con la rana, lascia intuire che ci si stia avvicinando alla contemporaneità della Fondazione Pinault, inaugurata nel 2009.

 

Un collezionista diverso da Peggy, Francois Pinault. Già proprietario di palazzo Grassi, espone la sua ricca collezione, ma difficilmente lo si incontra per le calli veneziane e di certo non prende il sole nudo alla Dogana.

 

Peggy invece è ancora lì, nel suo giardino. A godersi le sue opere in grado di raccontare storie immortali. Come Venezia.



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