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Tintoretto - Pittore veneziano

Per decorare la nuova Scuola di San Rocco di Venezia, fu indetto nel 1564 un concorso. I migliori pittori del tempo furono invitati a presentare un disegno per un quadro del soffitto, rappresentante San Rocco in gloria.

Mentre tutti i concorrenti preparavano un piccolo abbozzo, il Tintoretto dipinse il quadro con rapidità incredibile e lo fece applicare al soffitto dove prestabilito.

Tutti rimasero incantati di fronte al grande quadro in cui la gloria di San Rocco era dipinta con figure d'una forza sorprendente, in un meraviglioso gioco di luci e di colori.

Il Tintoretto disse che donava quel suo quadro alla confraternita, senza pretendere alcun compenso. Spiegò ch'egli l'aveva fatto unicamente in onore di San Rocco e che quel glorioso soggetto aveva acceso improvvisamente la sua fantasia.

Fra l'entusiamo dei confratelli della Scuola di San Rocco e l'invidia degli altri pittori concorrenti, il Tintoretto ottenne l'incarico di decorare tutto il grande edificio: opera tanto colossale che vide impegnato il pittore per circa una ventina d'anni.

 

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Iacopo Robusti, detto il Tintoretto, nacque a Venezia nel 1518, mentre quella Repubblica marinara attraversava un'epoca di grande splendore: la città era diventata una città ricca e potente, grazie ai suoi traffici marittimi, intessendo una fitta rete di relazioni e di commerci.

 

Fu questa, per Venezia, anche l'epoca del suo massimo splendore artistico, in cui si affermò per la pittura la cosidetta scuola veneta, che contrapponeva allo stile fortemente plastico e figurativo della grande scuola fiorentina, uno stile luministico in cui prevalevano lo scintillìo delle luci e delle ombre, il gioco festoso dei più smaglianti colori.

Il Tintoretto portò questo stile alle sue più significative manifestazioni, senza tuttavia trascurare il disegno, a cui attribuiva un'enorme importanza.

 

Figlio di un modesto tintore ( da qui il soprannome di Tintoretto ), Jacopo Robusti fu mandato quando ancora era fanciullo a imparare l'arte di dipingere nella bottega del grande Tiziano e divenne in breve tempo così abile da emulare l'arte del maestro. Si dice, infatti, che Tiziano, invidioso della bravura del suo allievo, lo scacciasse dalla bottega.

 

Il Tintoretto proseguì da solo. Avendo intelligenza vivida, mano sicura e fantasia febbrile, ed essendo molto coinvolto dalla sua passione, proseguì a grandi passi sul cammino dell'arte.

 

Il giovanissimo pittore, che non trascurava di studiare i grandi maestri del passato, non esclusi i pittori toscani, e che aveva occhi acuti per apprendere dalla meravigliosa natura lagunare tutti i segreti della luce e del colore, divenne ben presto un maestro molto stimato, cui giungevano da ogni parte numerose e importanti commissioni.

 

Di Tiziano, e della scuola veneta in genere, egli teneva in massimo conto l'uso fantasioso del colore. Mentre dei Toscani e specialmente di Michelangelo, badava soprattutto al disegno. Erano due diversi procedimenti, che davano risultati diversi.

Il Tintoretto cercò di fondere nel suo stile gli insegnamenti delle due scuole, dando al disegno il rilievo necessario ma al tempo stesso usando il colore con tutta la maestria e la fantasia dei maestri veneti.

 

Così com'era, modesto e trascurato nelle apparenze, egli non era avido di onori e di guadagni. Non gli importava attendere anche per lunghi mesi il compenso, pur di poter dipingere ciò che gli piceva e nel modo che preferiva. Non voleva che gli si imponesse un determinato soggetto e tanto meno che si mettessero limiti alla sua fantasia; era convinto della grandezza della sua missione e intendeva esercitarla con la massima libertà.

 

A volte gli bastava vedere una parete bianca per immaginarvi scene e figure; ed allora era difficile distoglierlo dal proposito di realizzare ciò che aveva già visto con i suoi occhi di artista.

Un giorno si era recato nella Chiesa di S. Maria dell'Orto ed era stato impressionato dalle due altissime pareti del coro. Si recò subito dai padri della chiesa e offrì loro di affrescarla con in cambio soltanto il rimborso delle spese.

Nacquero così quei grandi affreschi che comprendono fra l'altro la Presentazione di Maria al Tempio e L'adorazione del vitello d'oro.


Un'altra volta, pur di ritrarre un volto che gli interessava moltissimo, ricorse ad una strana astuzia: travestito da scudiero del doge, il Tintoretto, durante una visita a Venezia di Enrico III, di nascosto, su un cartoncino schizzò il ritratto del Re di Francia.

Ricevuto in dono il ritratto, il Re volle offrirgli il titolo di Cavaliere; ma il Tintoretto rifiutò con buon garbo, dicendo che gli bastava la sua arte.

 

Intanto si era sposato e gli era nata la prima figlia, Marietta, che aveva in comune con lui la passione per la musica e la pittura. Marietta fu infatti pittrice famosa; L'imperatrice d'Austria e il Re di Spagna la invitarono alle loro corti dove onori e gloria sorrisero alla giovane veneziana, la " Tintoretta ".

 

Arte e famiglia furono tutto per il Tintoretto; ad esse dediò il suo grande entusiasmo e la sua furiosa energia; e tanto l'appagò la gioia del lavoro che la compagnia degli uomini gli fu più di noia che di svago. Spirito assorto e solitario, di carattere austero, amava la pace del suo studio.

 

Aveva poi un modo tutto particolare di lavorare. Prima di dipingere un quadro su ordinazione, il Tintoretto, soleva visitare la sala in cui sarebbe stato collocato per studiarne i giochi di luce. Poi, nel suo studio, ricostruiva la scena con figurine di cera, rappresentanti i personaggi, e le illuminava con delle lucerne per constatarne gli effetti di luce.

 

Quasi tutta l'opera del Tintoretto ha per caratteristica questo spiccatissimo gioco delle ombre e delle luci, ma in modo tutto particolare gli affreschi e i quadri della maturità.

 

Esempi degni di nota sono : l'immensa Crocifissione che occupa un'intera parete nella Scuola di San Rocco; la scena mirabile e suggestiva di Cristo davanti a Pilato. Gesù , drappeggiato in un lenzuolo tutto bianco, è in piedi sui gradini, mentre Pilato e la folla circostante sono ritratti nell'ombra, con un forte contrasto.

 

Oppure, nella Scuola di San Rocco, le fantastiche scene del Nuovo e Vecchio Testamento. Mosè fa sprizzare l'acqua dalla roccia, dove l'acqua scintillante scaturita dalla roccia disegna un arco iridiscente intorno al quale sembra roteare tutta la massa degli Ebrei assetati.

 

O la Fuga in Egitto, dove la luce illumina in primo piano la scena dei fuggiaschi, e oltre, sullo sfondo, si allarga un misterioso paesaggio orientale.

 

Oppure ancora il quadro assai noto dedicato a Santa Maria Egiziaca, un altro dei suoi moltissimi capolavori: la santa alza gli occhi e vede dinnanzi a sé illuminarsi magicamente il paesaggio nella notte; Jacopo Robusti sembra aver raggiunto qui uno dei momenti più felici della sua arte tutta in funzione del gioco luministico: la luce penetra ogni cosa rivelando un mondo poetico estremamente suggestivo.

 

Una prova della forza e della grande fantasia del Tintoretto la troviamo anche nel Palazzo Ducale, in quella tela famosa, il più grande quadro del mondo, che rappresenta il Paradiso e che occupa interamente una delle pareti della Sala del Gran Consiglio. In essa i singoli personaggi sono ritratti con grande vigore e la luce vi domina incontrastata con un virtuosismo incantevole.

 

Questa immensa tela è un poco l'immagine del gigantesco lavoro del Tintoretto che nella vita produsse con sorprendente rapidità una tale quantità di quadri da sbalordire i suoi stessi ammiratori.

 

La sua fama varcò anche i confini della Patria, ma egli non volle mai allontanarsi da Venezia, se non per rari viaggi. Non vi era tuttavia personaggio illustre che, passando per Venezia, non facesse sosta nello studio di Tintoretto e non lo pregasse per un ritratto. Persino alcuni diplomatici giapponesi resero omaggio all'illustre artista ed egli se ne compiacque tanto che tenne per sempre nel suo studio il ritratto di uno di loro.

 

Gli anni della maturità furono gli anni più felici del Tintoretto. Il lavoro febbrile gli dava onori e ricchezze; la famiglia gli offriva momenti di sereno raccoglimento, di gioia intima.

Dei suoi figli, i due maschi lavoravano con lui nella bottega, la primogenita Marietta si era ormai affermata come pittrice, altre due figlie erano divenute suore. Il dolore bussò tuttavia anche alla sua porta, pochi anni prima della sua morte, ferendolo nei suoi affetti più intimi: Marietta, la figlia prediletta , moriva lasciandolo angosciato e disfatto.

 

Si riprese gettandosi nel lavoro con più furiosa energia , ma nel 1594, la morte poneva termine ad una vita tutta consacrata all'arte. Venne sepolto nella Chiesa di S. Maria dell'Orto, vegliato dai grandi affreschi ch'egli aveva regalato molti anni prima ai religiosi di quel convento.

Con lui moriva il più veneziano dei pittori veneziani, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.



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