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Andrea Palladio

Nato a Padova nel 1508 e morto a Vicenza nel 1580, Palladio fu l'ultimo grande architetto del Rinascimento a raggiungere, in un'arte di supremo equilibrio, la sintesi della lezione antica e delle tendenze e necessità moderne, in particolare in fatto di habitat.

 

Incoraggiato dall'umanista Trissino, Palladio effetuò diversi viaggi a Roma, meditò sull'insegnamento di Vitruvio e pubblicò nel 1570 il risultato delle sue ricerche nel trattato I quattro libri dell'architettura che portò l'Europa intera a conoscenza della sua opera.

 

Lo stile palladiano è caratterizzato dal rigore della pianta in cui predominano le forme semplici e simmetriche, dall'armonia musicale delle facciate in cui si combinano il frontone e il portico, come a S. Giorgio Maggiore a Venezia.

Palladio lavorò per la ricca clientela della Serenissima, che voleva farsi costrure ville nella vicina campagna, realizzando opere come la Malcontenta sul Brenta.

 

All'ordine ritmico della pianta e alla nobiltà del disegno, l'architetto aggiunse, nel caso di queste costruzioni isolate, una scienza perfetta della scenografia e dell'inserimento nel paesaggio, elevandole su un alto basamento in modo che queste ville sogessero come nuovi templi sulle rive del Brenta o sulle pendici dei monti Berici.

 

Esempi del rigore e dell'equilibrio palladiano sono le chiese monumentali di S. Giorgio Maggiore , del Redentore, delle Zitelle, di S. Giorgio della Vigna.

Elementi ricorrenti sono le alte e gracili semicolonne a capitelli corinzi, il frontone triangolare che, ad imitazione dei templi greci, forma il portico, le grosse cupole contrastanti con le forme geometriche della facciata e gli interni ariosi e chiari.

 

L'allievo di Palladio, Vincenzo Scamozzi ( 1552 - 1616 ) completò varie opere del maestro e ne adottò e continuò lo stile.

 

 

PALLADIO IN PILLOLE....

Dell'indiscusso re delle Ville Venete non si sa quasi nulla, ma ci sono una serie di aneddoti con cui fa bella figura.

 

Progettava belle e lussuose case, ma non ne ebbe mai una propria. Abitò sempre in affitto.

 

Il suo vero nome era Andrea della Gondola. Figlio della Zota e del Monaro ( la zoppa e il mugnaio ). A 32 anni fu convinrto dal suo mentore Giangiorgio Trissino a usare un nome più chic", diverso anche dal nomignolo datogli dagli amici: "Il Barba".

 

Il suo amico Giambattista Maganza scrisse di lui: "Il puover barba Andrea, zò che'l gugnava, tutto el ghe spendea". Nonostante il numero di ville, e per una clientela abbiente, non divenne mai ricco. Il fatto è che lui vendeva i progetti, ma non metteva in piedi i cantieri.

Così per avere qualche soldo scrisse delle guide turistiche, come Le chiese di Roma e Le antichità di Roma. Oppure libri illustraati. Per esempio, I commentari di Giulio Cesare. Prima di morire lavorava a un'edizione delle Storie di Polibio.

 

Nel 1554 ebbe un'annata interessante. Progettò il ponte di Rialto, villa Barbaro, villa Zeno, villa Badoer, villa Porto, villa Angarano, villa Chiericati, villa Valmarana. E avendo del tempo libero, pubblicò due guide.

Pubblicò anche un manuale professionale di un certo successo: I quattro libri dell'architettura. Rigidi e rigorosi come lui, "Se scelgo un certo capitello è perchè mi piace".

 

Secondo un contemporaneo, Paolo Gualdo, era "piacevolissimo e facetissimo nella conversazione, dava estremo gusto alli gentiluomini e signori con i quali trattava. Come anco agli operai dei quali si serviva, tenendoli sempre allegri. Trattenendoli con molte piacevolezze, faceva lavorassero allegrissimamente".

 

Gli piacevano le donne allegre. E ne sposò una. Allegradonna Marangon, domestica presso un'aristocratica padovana. Da sposata, il suo lavoro divenne bussare a soldi per conto del marito, più incline ad accettare una bevuta.

 

I figli del Barba e dell'Allegradonna non potevano non essere piuttosto disinvolti. Orazio fu indagato dal Sant'Uffizio, forse commerciava con dei Luterani. In compenso l'altro figlio Leonida fu processato per omicidio. Comunque fu assolto.

Forse ebbe sei figli. Ma di comprovati, cinque. Leonida, Marcantonio, Orazio, Zenobia e Silla.

 

Come Mozart, ebbe il suo Salieri. L'infelice Scamozzi. Vincenzo Scamozzi completò molti dei progetti lasciati incompiuti da Palladio: su tutti, il teatro Olimpico di Vicenza. Ciononostante fu sempre definito "un minore, incapace di brillare di luce propria".

 

Secondo l'ottocentesco dramma storico Andrea Palladio, di Carlo Benvenuti, nel giorno delle noze della figlia Zenobia lo Scamozzi si introdusse nello studio del maestro per rubargli i disegni della facciata della chiesa di S. Giorgio a Venezia.

 

Il suo ponte di Bassano è stato distrutto in tutti i modi. Dal Brenta che lo travolse , da Eugenio di Beauharnais che lo bruciò, dai partigiani che lo fecero saltare per evitare attacchi. E dalla famosa canzone, sdolcinatissima.

 

Morì nel 1580 a 72 anni. Forse di morte naturale. Forse di morte violenta. L'alibi dello Scamozzi non fu controllato.

 

I pochi ritratti conosciuti del Palladio sono tendenzialmente opere di fantasia.

La statua del Palladio in piazzetta a Vicenza è la statua di qualcuno. Ma non del Palladio.

Nella tomba del Palladio al Cimitero Maggiore di Vicenza c'è qualcuno. Potrebbe anche essere Palladio.

 

Vicenza ha onorato Palladio come suo figlio più illustre. Ma non c'era da fidarsi. Nel 1948, si è scoperto che era di Padova.



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